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16. nov, 2016

 

 

Metrica deriva dal latino metrum, "misura" o anche, tecnicamente, "metro", combinazione di due o più sillabe. In poesia la metrica è l'arte che studia la struttura e il raggruppamento dei versi; è quindi l'insieme delle norme che determinano le regole del ritmo, elemento fondamentale del linguaggio poetico.

Il verso è l'unità ritmica, costante o variabile, sulla quale è costruita una poesia ed è formato da una quantità determinata di sillabe. Nella scrittura di una poesia alla fine di ogni verso si va a capo.
Il verso è scandito da un accento ritmico o ictus. L'accento ritmico, aumentando l'intensità di alcune sillabe, determina il ritmo del verso.
I principali versi italiani si dividono in imparisillabi (quelli composti di un numero dispari di sillabe di sillabe) e parisillabi (quelli formati da un numero pari di sillabe).

Versi imparisillabi

Il trisillabo o ternario = composto di tre sillabe con accento sulla 2° sillaba:
non s'ode
romore
di sòrta
(Palazzeschi)
 
Il quinario = composto di cinque sillabe con accenti sulla 1° o 2° sillaba e sulla 4°:
il mòrbo infuria,
il pàn ci mànca
(Fusinato)
 
Il settenario = formato di sette sillabe con accento sulla 6° sillaba e un altro su una delle prime quattro:
Tu fior de la mia piànta
percòssa e inaridìta
(Carducci)
 
Il novenario = di nove sillabe con accenti comunemente sulle sillabe 2°, 5° e 8°:
sentìvo il cullare del màre
sentìvo un fru frù fra le fràtte
(Pascoli)
 
L'endecasillabo = di undici sillabe con accenti su 6° e 10° o su 4°, 8° e 10° o su 4°, 7° e 10°:
Nel mezzo del cammìn di nostra vìta
mi ritrovai per una sélva oscùra
(Dante)
 
L'endecasillabo è il verso più classico della tradizione poetica italiana (Dante, petrarca, Ariosto, Tasso, Parini, Leopardi ecc.), spesso usato in combinazione con il settenario.
 
 

Versi parisillabi

Il bisillabo o binario = di due sillabe con accento sulla 1°:
Lùna
Bèlla
nélla
brùna
sérra
(Botta)
 
Il quaternario = di quattro sillabe con accenti sulla 1° e 3° sillaba:
Nélle lùci tùe divine (Metastasio)
 
Il senario = di sei sillabe con accenti sulla 2° e 5° sillaba:
Se rèsto sul lìdo
se sciòlgo le véle
(Metastasio)
 
L'ottonario = di otto sillabe con accenti sulla 3° e 7° sillaba o sulla 4° e 7°:
Viene viène la Befàna
vien dai mo'nti a notte fo'nda
(Pascoli)
 
Il decasillabo di dieci sillabe con accenti sulla 3°, 6° 3 9° sillaba:
S'ode a dèstra uno squìllo di tromba,
a sinìstra rispo'nde uno squillo.
(Manzoni)
 
 

Versi composti

Due versi uguali ripetuti nella stessa riga si dicono versi composti o doppi accoppiati. Essi sono:
 
Il doppio quinario = formato da due quinari:
l'onda del nitido - Mincio correa
(Carducci)
 
Il doppio senario o dodecasillabo = formato da due senari:
qual raggio di sole - da nuvoli folti
(Manzoni)
 
Il doppio settenario o martelliano = (dal nome del poeta Pier Iacopo Martelli che lo diffuse all'inizio del Settecento) formato da due settenari:
avanti, avanti, o sauro - destrier de la canzone
(Carducci)
 
Il doppio ottonario = formato da due ottonari:
guizzan come frecce stanche tra i pennoni e i cimiteri
(Carducci)
 
 

Versi piani, tronchi, sdruccioli

Oltre alla classificazione che abbiamo già visto, i versi possono essere riconosciuti anche in base all'accento dell'ultima parola che li compone. Essi possono essere:
 
Versi piani = quando l'ultima parola del verso è piena, cioè accentata sulla penultima sillaba:
Dolce e chiara è la notte e senza vènto.
 
Versi tronchi = quando l'ultima parola del verso è tronca, cioè accentata sull'ultima sillaba:
volaron sul ponte che cupo sonò.
 
Versi sdruccioli = quando l'ultima parola del verso è sdrucciola, cioè accentata sulla terzultima sillaba:
Girella emèrito.
di molto mèrito.
 
La posizione dell'accento nell'ultima parola del verso comporta differenze di ritmo ma soprattutto ha conseguenza nel computo delle sillabe del verso stesso. 
 
Un verso tronco è considerato composto da una sillaba in più rispetto all'effettivo numero di sillabe:
Vo-la-ron-sul-pon-te-che-cu-po-so-nò (undici sillabe)
 
è pertanto un dodecasillabo;
 
Un verso sdrucciolo si conta con una sillaba in meno:
di-mol-to-me-ri-to (sei sillabe)
è pertanto un quinario.

 

 
 
25. set, 2016



Il cane mi domanda
e non rispondo.
Salta, corre pei campi e
mi domanda senza parlare
e i suoi occhi son due domande umide,
due fiamme liquide che interrogano
e non rispondo,
non rispondo perché
non so, niente posso dire.


In mezzo ai campi andiamo
uomo e cane.


Brillano le foglie come
se qualcuno
le avesse baciate
ad una ad una,
salgono dal suolo
tutte le arance
a collocare
piccoli planetari
in alberi rotondi
come la notte, e verdi,
e uomo e cane andiamo
fiutando il mondo, scuotendo il trifoglio,
per i campi del Cile,
fra le limpide dita di settembre.


Il cane si arresta,
corre dietro alle api,
salta l'acqua irrequieta,
ascolta lontanissimi
latrati, orina su una pietra
e mi porta la punta del suo muso,
a me, come un regalo.


E' la sua tenera impertinenza,
la comunicazione del suo affetto,
e lì mi chiese
con i suoi due occhi,
perché è giorno, perché verrà la notte,
perché la primavera
non portò nel suo cesto
nulla per cani vagabondi,
ma inutili fiori,
fiori e ancora fiori.


Questo mi chiede
il cane
e non rispondo.


Andiamo
uomo e cane uniti
dal mattino verde,
dall'eccitante vuota solitudine
in cui solo noi esistiamo,
questa unità di un cane rugiadoso
e un poeta del bosco,
perché non esiste l'uccello nascosto,
né il fiore segreto,
solo trilli e profumi
per i due compagni,
per due cacciatori compagni:
un mondo inumidito
dalle distillazioni della notte,
una galleria verde e poi
un gran prato,
una raffica di vento aranciato,
il sussurro delle radici,
la vita che cammina,
respira, cresce,
e l'antica amicizia,
la gioia
d'essere cane e essere uomo
tramutata
in un solo animale
che cammina muovendo
sei zampe
e una coda
intrisa di rugiada.



Pablo Neruda
21. set, 2016

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano se li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
Per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altrove lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno
Nella luce accecante del loro primo amore.

Jacques Prevert
21. set, 2016

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!

Giacomo Leopardi
21. set, 2016

Forse perché della fatal quiete
Tu sei l'immago a me sì cara vieni
0 sera! E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,
E quando dal nevoso aere inquiete
Tenebre e lunghe all'universo meni
Sempre scendi invocata, e le secrete
Vie del mio cor soavemente tieni.
Vagar mi fai cò miei pensier su l'orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge;
E mentre lo guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch'entro mi rugge

Ugo Foscolo