letteratura horror

La letteratura horror affonda le radici nelle ancestrali e archetipiche paure radicate nell'inconscio collettivo degli uomini – la paura dell'ignoto e inspiegabile, del diverso, della morte e dell'aldilà - e già nei testi più antichi si possono quindi trovare esempi di narrazione “horror”. Ma è con i primi racconti orrorifici della narrativa gotica della seconda metà del XVIII secolo che comincia a strutturarsi il genere “horror” come lo conosciamo noi. In tale periodo in Inghilterra si sviluppa una tendenza culturale che privilegia infatti una ostentata nostalgia e un rinnovato fascino per il periodo “oscuro” del Medioevo e delle sue rovine architettoniche, e alcuni scrittori ambientano delitti, rapimenti e apparizioni misteriose in vecchi castelli, manieri diroccati, monasteri e boschi impenetrabili. Uno dei primi maestri del genere gotico-horror è Horace Walpole (1717)

Cecco Angiolieri e Fabrizio De Andrè

De André accompagna il canto di Cecco Angiolieri con una musica di tipo medievale, adatta al testo, ma il periodo in cui incide è il '68. Siamo nel vivo della "rivolta studentesca": i giovani occupano le Università, criticano i governi, osteggiano le guerre, girano con i capelli e la barba lunghi, sbeffeggiano i valori delle generazioni che li hanno preceduti, uccidono metaforicamente i padri e le madri e ciò che essi rappresentano, vogliono un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti. Nessuno dei valori dei "padri" è tenuto in considerazione, nessuna istituzione è salva: né la Chiesa, né lo Stato, né la famiglia. In questo clima diventa di grande attualità il vecchio canto di Cecco che si radicalizza nei moti di protesta giovanili e ne diventa quasi l'inno: S'i' fosse Papa […] tutti i Cristiani imbrigherei,/ s'i' fosse imperator […] a tutti mozzerei lo capo a tondo./ S'i' fosse morte andarei da mio padre./ […] Similmente faria da mia madre.

Nell'intento del poeta senese la critica per lungo tempo ha intravisto la protesta anticortese e la ribellione ad un sistema, la rivendicazione di una condotta libertina, l'intento di sostituire ai vecchi, nuovi modelli e nuovi valori e l'eterna lotta tra padri e figli (Cecco ha un profondo odio per l’avarizia del padre, motivo del voltafaccia di Becchina, la donna amata, popolana corrotta e venale che prima si mostra arrendevole e poi, finito il tempo delle vacche grasse, gli si rivolta contro). Ma mai come negli anni '60 del nostro secolo questa lotta si era radicalizzata così fortemente, mai un canto come S'i' fosse foco aveva fatto tanta presa tra i lettori. Diventa per gli studenti il canto di rivolta verso la nuova società di massa e l'illusione del boom economico, per De André la rivendicazione ad affermare un modo di essere e dei valori (o non-valori): quelli di un universo fatto di prostitute, ladri, blasfemi, morti suicidi, giocatori d'azzardo e frequentatori di squallidi locali, che è poi l’universo dei suoi personaggi. Quei personaggi che si rifiutano di seguire i valori e le "leggi del branco", che li soffoca, e che li fa vittime e non colpevoli. Quello stesso ambiente, "la donna, la taverna e 'l dado", che Cecco aveva già celebrato. Ma, anche se nel testo c’è l’uso della prima persona, in effetti né Cecco, né De André si riconoscono nel personaggio, ma per entrambi quel testo dà voce, attraverso il loro sentire, ai personaggi che affollano la loro poetica. Cecco, nonostante abbia condotto anche vita disordinata e sregolata, non è un brutale descrittore della propria abiezione morale incupito dalla consapevolezza del suo stato misero, nel quale poter individuare i sentimenti più puri della vita, ma un accorto letterato che prende a piene mani dalla tradizione letteraria per descrivere un determinato mondo della sua Siena al quale però egli non appartiene (se non come personaggio creato). Inoltre Cecco, da poeta, deforma e amplifica i fatti, mettendoci, naturalmente, anche la sua personale rabbia verso ciò che lo delude. Allo stesso modo De André che fa, inoltre, dello stesso Cecco, un altro dei personaggi che affollano il suo variegato universo di vittime, e del suo canto il trait-d'union con un altro grande poeta che gli ha dato motivo di ispirazione: François Villon.

Cecco Angiolieri

S’i’ fosse foco

CECCO ANGIOLIERI   

S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo; 
s’i’ fosse vento, lo tempestarei; 
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei; 
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo; 
5s’i’ fosse papa, sere’ allor giocondo, 
ché tutti cristïani imbrigherei 
s’i’ fosse ‘mperator, sa’ che farei? 
A tutti mozzarei lo capo a tondo. 
S’i’ fosse morte, andarei da mio padre; 
10s’i’ fosse vita, non starei con lui: 
similemente faria da mi’ madre, 
S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui, 
torrei le donne giovani e leggiadre: 
e vecchie e laide lasserei altrui. 

 

 

PARAFRASI

Se fossi fuoco brucerei il mondo, se fossi vento lo tempesterei, se fossi acqua lo farei annegare, se fossi Dio lo farei sprofondare; se fossi papa sarei felice, perché così metterei nei guai tutti i cristiani; sai cosa farei se fossi imperatore? Taglierei la testa a tutti quanti (a tondo, come una falce rotante). Se fossi la morte, andrei da mio padre; se fossi la vita, fuggirei da lui: la stessa cosa farei con mia madre. Se fossi Cecco, come sono e come sono sempre stato, mi prenderei le donne giovani e carine: quelle vecchie e brutte le lascerei agli altri.

 

COMMENTO

Il più angiolieresco sonetto di Cecco, che tanto ha contribuito a formare di lui la falsa immagine di un ‘poeta maledetto’, è in realtà fra i maggiori esempi della realizzazione dello ‘stile comico’ in modi letterari abilissimi. Ma v’è anche l’innegabile inclinazione di Cecco allo scherzo da taverna, pronto a degenerare in rissa; la sua insofferenza corrucciata e irridente, la sua passione per la parodia scritta sul serio; il suo temperamento poetico, insomma. Non c’è frattura tra la chiusa e il resto del sonetto: se non nel modo, a lui abituale, di ‘sorpresa’ epigrammatica e irriverente, per scandalizzare i bempensanti e divertire gli amici, quasi recitando su un palcoscenico. Effetti e immagini sono di un gusto tutto medievale, così come gli elementi, l’acqua e il fuoco, il papa e l’imperatore, la morte e la vita, le giovani e le vecchie: un contrasto realistico, ma insieme stilizzato e metafisico. La luce è diversissima, diversissimo l’animo; ma questi sono le gerarchie, i gironi, i sorprendenti ordini strutturali dell’Inferno di Dante.

 

 

Cecco Angiolieri (Siena 1260 circa - 1312 circa) è figlio di un facoltoso cavaliere appartenente ai Signori del Comune e all’ordine dei Frati della Beata Vergine Maria, detti anche “Frati gaudenti”. Conduce vita sregolata, è più volte multato e implicato in processi penali, dilapida l’eredità paterna, muore in miseria lasciando ai figli soltanto debiti. Conosce Dante Alighieri, con il quale scambia sonetti scherzosi e sferzanti. Di lui ci restano un centinaio di sonetti, oltre ad alcuni di dubbia attribuzione, molti dei quali dedicati all’amore sfortunato per una certa Becchina, che fanno di lui il capofila di quei poeti ‘giocosi’ o ‘comico-realistici’ che, profondi conoscitori della retorica provenzaleggiante, capovolgono l’ideale del Dolce stil novo nei modi parodistici e dissacranti della nuova borghesia mercantile.

 

Analisi e commento del libro La metamorfosi di F. Kafka (da oilproject)

LA METAMORFOSI DI  F.  KAFKA  analisi e commento (da oilproject.com) 

nella sezione ebook - racconti troverai il libro che puoi scaricare

 

Le pagine della Metamorfosi di Kafka si presentano come una lunga, articolata metafora che si sviluppa in due direzioni differenti ma strettamente correlate tra loro. Da un lato, il racconto è una denuncia dell’oppressione delle regole sociali sull’individuo, che viene schiacciato e spersonalizzato dalle imposizioni esterne. Dall’altro lato, La metamorfosi è un apologo sull’impossibilità di comunicazione tra esseri umani, in particolar modo negli ambienti familiari , simboleggiati dai luoghi chiusi ed asfittici in cui si svolge tutta la vicenda.

Gregor Samsa, in cui possiamo vedere un “doppio” del suo autore, è schiacciato dalle regole della vita borghese. Il suo lavoro di commesso viaggiatore, ripetitivo e faticoso, è tuttavia la fonte di sostentamento dell’intera famiglia, circostanza che lo obbliga ad uno scrupoloso rispetto di obblighi, orari e doveri d’ufficio. Non a caso, quando appena sveglio capisce d’essersi tramutato in un ributtante scarafaggio, il primo pensiero di Gregor è al ritardo accumulato già di prima mattina; quando il procuratore gli intima di aprire la porta della stanza minacciandolo di licenziamento, Samsa non bada alla reazione che potrà suscitare il suo nuovo aspetto bestiale, ma cerca in ogni modo di giustificare il proprio operato e il prorpio comportamento. La metamorfosi in insetto è insomma la forma concreta dell’alienazione di Gregor, incastrato in meccanismi che lo privano della sua identità.

Al tempo stesso, anche il contesto familiare dei Samsa è alla base dell’allegoria costruita da Kafka: Gregor è il pilastro su cui si regge il loro benessere, esemplificato dalle lezioni al Conservatorio di Grete. I rapporti di affetto e amore si capovolgono ben presto quando Gregor non può più assicurare alcuna forma di sostentamento a causa della sua mutazione; in poco tempo, egli diventa un peso insostenibile e, dopo una serie di incidenti non voluti da Gregor, anche l’amata sorella lo vede come un fastidio di cui disfarsi. In questa situazione emergono facilmente tutte le tensioni latenti, come il difficile rapporto tra il figlio e il padre, fino all’episodio del ferimento di Gregor a colpi di mela, o alla circostanza, che prelude alla morte del protagonista, in cui il giovane ascolta i discorsi dei familiari su tutti i problemi che egli ha causato alla famiglia.

Tutto ciò - che ha pure precisi riscontri biografici nell’esistenza di Kafka, figlio di una famiglia di commercianti ma portato alla carriera letteraria - può farci interpretare La metamorfosi come l’allegoria dell’impossibile conciliazione tra le aspirazioni individuali e le costrizioni della vita borghese. La “diversità” di Gregor si carica così di significati e letture che, in parte, restano volutamente ambigui ed enigmatici, com’è tipico della narrativa kafkiana. Le cause della metamorfosi non sono spiegate né indagate ed essa è accettata da Gregor come un dato di fatto; gli altri membri della famiglia, che rappresentano invece il alto “normale” della vita e della società, ne sono disgustati, ma nemmeno loro si interrogano sulle cause della mutazione. L’effetto di straniamento che ne consegue circonda tutta la vicenda di un’aura di “realismo magico”: in un contesto apparentemente reale e quotidiano (l’esistenza di una normale famiglia borghese di inizio secolo) viene calato un elemento magico o sovrannaturale (la “metamorfosi”), senza darne spiegazioni razionali. La metamorfosi diventa così per Kafka la chiave di lettura dei mali dell’uomo contemporaneo.

 

il testo narrativo

ILTESTO NARRATIVO

 

Testi narrativi sono definiti tutti quelli che hanno per oggetto la narrazione di una storia: racconti, romanzi, fiabe ecc.Gli elementi fondamentali del testo narrativo sono: storia, narratore, personaggi, spazio, tempo.

Con il termine racconto si definisce un testo narrativo breve in prosa. La brevità differenzia il racconto dal romanzo, che presuppone una storia di ampio respiro e una molteplicità di personaggi.

I due generi fondamentali di riferimento sono il genere fantastico e il genere realistico. All’interno di questi due grandi gruppi troviamo poi i sottogeneri, come ad esempio i generi di intrattenimento.

 

Il genere fantastico

 Le vicende narrate possono essere ambientate in mondi di pura invenzione (es. racconti di fantascienza) o nel mondo reale, con l’introduzione però di eventi o di personaggi non realistici (esseri sovrannaturali ecc.).

Il genere realistico

 Ha al suo centro vicende tratte dalla vita reale.

 I generi di intrattenimento (avventura, horror, giallo, rosa, fantascienza) ecc.

Sono caratterizzati da particolari tecniche narrative (es. un certo uso dell’ambiente, del ritmo, personaggi con caratteristiche tipiche, un certo tipo di pubblico, motivi e temi ricorrenti).

 

Qualunque sia il genere a cui il racconto appartiene, bisogna comunque chiedersi di che cosa parla, qual è il problema affrontato, qual è o quali sono le idee o i sentimenti esposti e sviluppati.

E’ importante cioè riuscire a cogliere il tema o i temi centrali dell’opera. A tale scopo talvolta ci danno indicazioni utili il titolo, le scelte lessicali (aree semantiche o campi associativi), le parole-chiave, gli elementi ricorrenti.

Una volta individuati i temi potremo individuare anche il messaggio dell’autore attorno a quel determinato tema. Esaminiamo ora i principali elementi di un testo narrativo.

 LIVELLO DELLA STORIA

 Il livello della storia riguarda le vicende narrate nel racconto.

 Fabula: sono gli avvenimenti e/o le azioni messi in ordine logico e cronologico.

 Intreccio: è l’insieme degli stessi avvenimenti nell’ordine in cui il narratore li ha disposti.

Confrontiamo ora fabula e intreccio: ci accorgeremo che non sempre l’ordine in cui il narratore dispone gli avvenimenti nell’intreccio corrisponde a quello in cui i fatti raccontati si sono svolti. Infatti vi sono spesso alterazioni nell’ordine temporale, come ad esempio

Flash-back (o retrospezione o analessi): quando la narrazione ritorna indietro nel tempo per raccontare fatti accaduti precedentemente

Anticipazione (o prolessi o flash forward): quando viene raccontato un fatto che accadrà successivamente.

Alcuni fatti possono non essere raccontati, essere spiegati in seguito o lasciati all’immaginazione del lettore (ellissi). Un racconto può anche contenere più fabule parallele, un racconto nel racconto, una struttura ripetitiva o ad anello (in cui si ritorna al punto di partenza), un finale ad effetto.

L’operazione successiva consiste nella suddivisione del testo in nuclei narrativi, o parti

Nucleo narrativo: è una parte del racconto che ha una sua autonomia di contenuto. E’ organizzata attorno a unavvenimento centrale e può contenere diverse (micro)sequenze (descrittive, dialogiche, narrative ecc.).

 

  • (micro)sequenza narrativa: contiene un’azione
  • (micro)sequenza dialogata: contiene un dialogo
  • (micro)sequenza descrittiva: contiene una descrizione di luoghi, personaggi, oggetti ecc(micro)sequenza riflessiva: contiene una riflessione dei personaggi o dell’autore

 

Il passaggio da un nucleo narrativo all’altro si ha in corrispondenza di un mutamento di luogo, tempo, azione, all’entrata o uscita di scena di un personaggio a un mutamento della modalità narrativa (passaggio dalla narrazione al dialogo, alla riflessione o alla descrizione).

La determinazione dei nuclei narrativi ci permette di cogliere lo schema narrativo del racconto

 Schema narrativo del racconto:

1 situazione iniziale: presenta la situazione iniziale (personaggi, luoghi ecc.), che può essere tranquilla o giàconflittuale

2 azione complicante o esordio: è l’avvenimento che mette in moto la storia, modificando la situazione iniziale

3 peripezie o sviluppo: gli avvenimenti successivi, che possono determinare un miglioramento o un peggioramentodella situazionE

4 spannung: momento in cui l’azione culmina o precipita (spannung) e determina un cambiamento che porta alloscioglimento

5 situazione finale: è la situazione finale della vicenda, che può ricomporre o meno l’equilibrio iniziale

 

 LIVELLO DEL TEMPO

Riguarda il tempo reale in cui si svolgono gli avvenimenti narrati e il ritmo più o meno veloce con cui sono raccontati.

Distinguiamo innanzitutto tra tempo della storia (o tempo della realtà) e tempo del racconto.

Tempo della realtà: è la durata degli avvenimenti narrati nella realtà

Tempo del racconto: è lo spazio che il narratore dedica a tali avvenimenti sulla pagina (poche righe o molte facciate) e quindi il tempo che il lettore impiega a leggerli

Dal rapporto tra tempo della realtà (TS) e tempo del racconto (TR) deriva il ritmo della narrazione.

ritmo: innanzitutto constateremo se la narrazione è più dinamica o più statica verificando se prevalgono sequenze dinamiche (o narrative, quelle in cui l’azione procede) o sequenze statiche (come le riflessioni, le descrizioni, i dialoghi, in cui l’azione non procede)

 

Tecnica

Definizione

Tempo

Ritmo

Sequenze

Ellissi

Il narratore non racconta

 

 

 

 

alcuni avvenimenti che si

TR < TS

VELOCISSIMO

Narrative assenti

 

sono verificati in un periodo

 

 

 

 

di tempo più o meno lungo

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

L’azione è sintetizzata dal

 

 

 

 

narratore in maniera più o

TR< TS

VELOCE

Narrative

 

meno concisa

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena

Contiene un dialogo o

 

 

 

 

un’azione descritta in tempo

TR = TS

MODERATO

Dialogiche e

 

reale (cronaca)

 

 

narrative

 

 

 

 

 

Pausa

La narrazione è sospesa per

 

 

 

 

lasciare il posto a una

TR > TS

LENTO

Descrittive,

 

descrizione, una riflessione,

 

 

riflessive, e nelle

 

una digressione (parentesi di

 

 

digressioni anche

 

spiegazione) che rallentano il

 

 

narrative

 

ritmo

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi

Contiene un’ azione

 

 

 

 

minutamente descritta, che

TR > TS

LENTISSIMO

Narrativo-

 

rallenta il ritmo

 

 

descrittive

 

 

 

 

 

 

A seconda del modo in cui queste modalità si susseguono nel racconto, il ritmo può essere più agile (se ci sono molte sequenze dinamiche), più lento (se ci sono molte sequenze statiche, con riflessioni o descrizioni), o equilibrato (se vi è una giusta proporzione tra sequenze statiche e dinamiche).

LIVELLO DELLO SPAZIO

Riguarda i luoghi e gli ambienti in cui si svolgono le vicende.

Oltre che nel tempo, infatti, una storia si sviluppa anche nello spazio. La descrizione degli spazi può essere dettagliata o affidata a pochi tratti, gli ambienti possono essere aperti o chiusi. Importanti sono i termini usati, che possono rimandare a un campo associativo (es: altezza, solitudine ecc.) per suggerire una certa idea o creare atmosfera.

Lo spazio può svolgere diverse funzioni

Funzioni dello spazio

 

  • Ambienta le vicende in senso geografico, storico o sociale (es: la descrizione iniziale dei “Promessi sposi”)
  • Crea atmosfera (es: la descrizione del castello di Dracula)
  • Esprime o fa da sfondo agli stati d’animo di un personaggio (es: un tramonto romantico guardato da due innamorati)
  • Serve a presentare un personaggio (es: la stanza disordinata di un adolescente)
  • Ha una funzione simbolica (es: la “selva oscura” di Dante)

 

 I PERSONAGGI

I personaggi sono gli attori della storia. Essi possono essere reali o immaginari: creature umane e animali, ma anche oggetti e concetti astratti (ad esempio la felicità, la sfortuna, il caso ecc.), o esseri fantastici (fate, streghe, extraterrestri). Vi sono personaggi principali, che hanno un ruolo centrale nella vicenda (es. Renzo nei “Promessi sposi”); personaggi secondari, che hanno un ruolo di secondo piano ma possono condizionare lo sviluppo dell’intreccio (l’Innominato); comparse, che hanno un ruolo marginale e poco significativo e servono a caratterizzare l’ambiente (la folla nel tumulto). Infine, i personaggi sono statici o dinamici , ovvero, subiscono una trasformazione (come Renzo) o rimangono sempre uguali a se stessi (comeDon Abbondio) Il narratore può presentare il personaggio in modo diretto, oppure lasciare che sia il lettore a ricavare un giudizio sul personaggio osservando il suo comportamento (presentazione indiretta).

 Presentazione diretta

Il lettore è informato subito sulle caratteristiche del personaggio, che può essere presentato dal narratore, da un altro personaggio, presentarsi da sé, presentazione mista (più modalità)

Presentazione indiretta

Il personaggio è presentato indirettamente attraverso le sue azioni, i suoi pensieri, le sue parole, da cui il lettore intuisce il suo carattere.

Per analizzare un personaggio, si prendono in considerazione tutte le sequenze in cui egli compare, in particolare le sequenze in cui: il personaggio viene descritto - il personaggio agisce - il personaggio parla - il personaggio pensa.

Si raccolgono poi tutti gli elementi che costituiscono il suo aspetto esterno (nome, sesso, età, caratteristiche fisiche, abbigliamento ecc.) e il suo aspetto interno (sentimenti, emozioni, affetti, convinzioni politiche o religiose ecc. In tal modo potremo ricavare il suo ritratto fisico, sociale, psicologico, ideologico e culturale.

Caratterizzazione anagrafica: nome, sesso, età, condizione civile

Caratterizzazione fisica: lineamenti del viso, corporatura, voce, abbigliamento

Caratterizzazione sociale: classe sociale e ambiente da cui proviene il personaggio

Caratterizzazione psicologica : carattere, sentimenti, emozioni, stato d’animo, comportamenti

Caratterizzazione ideologica : valori, concezione della vita, credenze politiche o religiose

Caratterizzazione culturale: istruzione e cultura del personaggio

 

I personaggi inoltre possono svolgere diversi ruoli nella storia

Protagonista: è il personaggio principale e più importante della storia ed è presente in quasi tutte le sequenze narrative(Renzo). Spesso ha uno scopo da raggiungere, che diventa l’oggetto del suo desiderio (Lucia)

Antagonista: è il personaggio che si oppone al protagonista per impedirgli di raggiungere il suo scopo (Don Rodrigo) Oppositore: è l’alleato dell’antagonista e crea ostacoli al protagonista (Bravi)

Aiutante: è l’alleato del protagonista e lo aiuta a raggiungere il suo scopo (Fra Cristoforo). Talvolta l’aiutante puòtrasformarsi in oppositore e viceversa (Don Abbondio, l’Innominato).

Destinatore: il personaggio che stabilisce a chi andrà l’oggetto del desiderio e quali prove dovrà sostenere ilprotagonista per raggiungerlo (il re che nelle fiabe promette sua figlia in sposa a chi supererà determinate prove) Destinatario: il personaggio che cerca di ottenere l’oggetto del desideri

 

 IL NARRATORE

 Il racconto presuppone una voce narrante o narratore, al quale è affidata la funzione di narrare la storia. Può essere un narratore interno: se è presente come personaggioall’interno della storia narrata eparla in prima persona(io narrante) narratore esterno: se non è presente negli eventi narrati e parla in terza persona.

Possono esservi inoltre più narratori, ovvero, oltre al narratore di primo grado, anche un narratore di secondo grado: cioè il personaggio che il narratore di primo grado introduce ad un certo punto del suoracconto a narrare in prima persona gli eventi di cui è stato protagonista o testimone (narratore interno di secondo grado) (Lucia che racconta l’incontro con Don Rodrigo), o ai quali è estraneo e che racconta in terza persona (narratore esterno di secondo grado) (ad es. Fra Galdino nei Promessi Sposi).

IL PUNTO DI VISTA

Il narratore sceglie anche il punto di vista, cioè la prospettiva dalla quale sono narrati i fatti (lo sguardo).

Questa scelta è molto importante, in quanto determina il modo in cui vengono date le informazioni sui fatti e sui personaggi. Al punto di vista sono legate anche le conoscenze del narratore a proposito dei fatti raccontati. In relazione al punto di vista adottato, si è soliti fare queste distinzioni:

 

  1. Il narratore conosce ogni particolare della storia, osserva il suo svolgersi dall’alto, sa ciò che fanno e pensano i singoli personaggi, analizza i loro sentimenti e spesso giudica le loro azioni.

E’ cioè un narratore onnisciente, proprio perchè dimostra di sapere tutto sulla vicenda narrata. Il suo punto di vista è illimitato, non focalizzato su un personaggio in particolare (focalizzazione zero) ed egli ne sa più dei personaggi N>P.

La narrazione in genere è in terza persona e il narratore è esterno.

Il narratore assume il punto di vista di un personaggio, dimostra di sapere solo ciò che sa quel personaggio. Il punto di vista è interno (focalizzazione interna) e il narratore sa quanto il personaggio N=P.

La narrazione può essere in prima persona (io narrante) o in terza, il narratore può essere interno, cioè un personaggio della storia, o esterno, ma che assume il punto di vista di un determinato personaggio.

 

  1. Il narratore dimostra di sapere meno di quanto sa ciascun personaggio, racconta unicamente i fatti che cadono sotto il suo sguardo, come se non conoscesse nulla dei pensieri e delle motivazioni di coloro che agiscono nella storia.

Il punto di vista è esterno (focalizzazione esterna) ai fatti, il narratore sa meno dei personaggi N<P.

 La narrazione in genere è in terza persona e il narratore è esterno.(es. Hemingway).

La scelta della voce narrante del punto di vista inoltre è in relazione con il genere letterario, ad es. il narratore esterno dà maggiore oggettività alla narrazione, quindi si trova spesso nei romanzi del realismo (es. Zola); il narratore in prima persona è invece tipico del romanzo del Novecento, incentrato sull’indagine psicologica del personaggio e su una visione soggettiva della realtà; la scelta del punto di vista interno porta a un maggiore coinvolgimento da parte del lettore; il punto di vista esterno è usato dagli scrittori di romanzi gialli, perchè consente di tacere informazioni che debbono venire rivelate solo al momento dello scioglimento (es: il nome dell’assassino), o dagli scrittori realisti o veristi, che cercano il massimo della oggettività limitandosi a registrare il parlato dei loro personaggi.

 TECNICHE PER ESPRIMERE PAROLE E PENSIERI DEI PERSONAGGI

Per esprimere le parole e i pensieri dei personaggi possono essere usate diverse tecniche. Le due modalità principali di trascrizione sono quella diretta e indiretta; nella seconda il narratore è molto presente nel racconto (introduce e interviene con commenti, riassume le parole o i pensieri dei personaggi); nella prima è poco presente, e lascia che i personaggi parlino direttamente senza commentare o mediare i dialoghi (es. Verga).

Esaminiamo le tecniche usate, il discorso diretto e il discorso indiretto

discorso diretto legato: il narratoreriporta direttamente le parole dei personaggi,introducendole con un verbodichiarativo (es. disse). I discorsi e i pensieri dei personaggi sono riferiti con fedeltà e immediatezza.

1) Uso delle virgolette o delle lineette, uso di tutti i tempi verbali. Es. Disse: “Penso che domani pioverà, pioverà molto”

discorso diretto libero: si ha quandoviene omesso il verbo dichiarativo (es: disse). Le parole dei personaggi sono riferite direttamente, senza l’intervento del narratore, analogamente a quanto avviene in un testo scritto per il teatro.

2) Uso delle virgolette o delle lineette, uso di tutti i tempi verbali. Es. ”Penso che domani pioverà, pioverà molto”.

discorso indiretto legato: le parole dei personaggi sono riportate in modo indiretto,precedute da un verbo dichiarativoe da una congiunzione subordinante (disse che; riferì che; spiegò che).

  • Non sono presenti virgolette o lineette, la narrazione è in terza persona, c’è un mutamento dei tempi verbali e degli avverbi (es. ora/allora; ieri/il giorno prima; domani/il giorno dopo ecc.). Es: Disse che pensava che il giorno dopo sarebbe piovuto molto.

discorso indiretto libero: sono omessi i verbi dichiarativi e le congiunzionie la voce del personaggio (in terza persona)entra a far parte della narrazione, senza che sia segnalato alcun passaggio. In tal modo la voce del narratore si confonde con quella dei personaggi, tanto che spesso non è facile distinguere parole e pensieri dell’uno e degli altri ( altre volte invece è più facile, perchè l’indiretto libero conserva le parole e le espressioni tipiche del parlato del personaggio, quindi usa uno stile informale, e anche i suoi modi di pensare, spesso diversi da quelli del narratore).

Questa tecnica permette al narratore di nascondersi dietro i suoi personaggi, come fa Verga, che fa parlare loro per ottenere il massimo di oggettività o impersonalità, o, al contrario, di immedesimarsi nel punto di vista di un personaggio (come fa Svevo).

  • Non sono presenti virgolette o lineette, la narrazione è in terza persona, c’è un mutamento dei tempi verbali e degli avverbi.

Es. Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, per fabbricare quel magazzino!

discorso o pensiero raccontato: il narratore riassume sinteticamentele parole e i pensieri dei personaggi. E’ la tecnicache dà meno spazio ai personaggi e dove è più evidente l’intervento del narratore.

Es. Raccontò la sua infanzia, parlando della precoce morte dei genitori e della sua difficile vita in collegio.

 

ALTRE TECNICHE

monologo: un personaggio parla ad un interlocutorepresente ma silenzioso per differenti motivi: imbarazzo, incapacitàdi rispondere, timore, rispetto (es. Un padre che sgrida il figlio, il quale lo ascolta ammutolito e spaventato; Amleto che recita il suo monologo al teschio).

Di solito è riportato come il discorso diretto e serve a dare maggiore solennità alle parole del personaggio.

dialogo:due o più personaggi parlano tra loro in successione.Discorso diretto. Talvolta serve a far emergere meglio lecaratteristiche dei personaggi attraverso il confronto (ad es. il dialogo tra ).

soliloquio: un personaggio parla tra sè e sè o a un interlocutore immaginario, a voce alta, bassa, o anche in silenzio.

E’ al confine tra il pensiero e la parola, ma rispetta le regole della sintassi ed è articolato in modo logico e ordinato. Rappresenta in genere uno sfogo emotivo del personaggio (es. insulti a bassa voce rivolti a una persona antipatica).

monologo interiore: vengono riportati i pensieri del personaggio così come nascono nella sua mente, senzaorganizzarli in una sequenza temporale o logica, conservando cioè la spontaneità del pensato. Lo stile è quello del diretto libero, ma è accentuata l’immediatezza.

Non vi sono virgolette, non vi è alcun interlocutore perchè il personaggio riflette tra sè e sè, vengono tuttavia ancora rispettate le regole della sintassi e della punteggiatura.

Es. Era proprio la mia immagine intravista in un lampo? Sono proprio così, io, di fuori, quando -vivendo- non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso allo specchio...

flusso di coscienza: è unavariante estrema del monologo interiore, dove pensieri, idee, ricordi, sensazioni, immagini,associazioni si intrecciano liberamente senza alcun ordine.

  • La sintassi spesso non viene rispettata, come anche la punteggiatura, a volte abolita, ci sono frequenti salti temporali e logici, il registro è prevalentemente informale.

Es. Devo far accomodare il mio vecchio binocolo Lenti Goerz sei ghinee i tedeschi si fan strada dappertutto vendono a buone condizioni per conquistare il mercato svendono devo proprio comprarne uno nuovo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Analisi "Sette Piani"

 

L'ospedale del racconto buzzatiano è dotato di sette piani: in quello superiore vengono ricoverati i pazienti quasi sani, e via via a scendere tutti gli altri in ordine di gravità, fino al temutissimo primo piano. Il protagonista Giuseppe Corte viene da principio sistemato all'ultimo piano ma, di volta in volta, con una scusa diversa, viene fatto scendere di un livello.

Alla fine, Giuseppe Corte si ritrova suo malgrado - e senza neanche capire bene come possa essere accaduto - in un letto del primo piano. L'ultima immagine è quella delle persiane scorrevoli che si chiudono automaticamente, oscurando la stanza.

“Sette Piani” altro non è che una metafora della vita stessa, in cui si entra sani e, quasi con incredulità, si scivola verso un'inevitabile conclusione contro la quale ogni sforzo o ragione risultano vani.

SETTE PIANI - DINO BUZZATI

 Sette piani

Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c'era la famosa casa di cura. Aveva un po' di febbre, ma volle fare ugualmente a piedi strada fra la stazione e l'ospedale, portandosi la sua valigetta. Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio, dove non si curava che quell'unica malattia. Ciò garantiva un'eccezionale competenza nei medici e la più razionale ed efficace sistemazione d'impianti. 
 
Quando lo scorse da lontano - e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria - , Giuseppe Corte ebbe un'ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d'albergo. Tutt'attorno era una cinta di alti alberi. Dopo una sommaria visita medica, in attesa di un esame più accurato Giuseppe Corte fu messo in una gaia camera del settimo ed ultimo piano. I mobili erano chiari e lindi come la tappezzeria, le poltrone erano di legno, i cuscini rivestiti di policrome stoffe. La vista spaziava su uno dei più bei quartieri della città. Tutto era tranquillo, ospitale e rassicurante. 
 
Giuseppe Corte si mise subito a letto e, accesa la lampadina sopra il capezzale, cominciò a leggere un libro che aveva portato con sé... Poco dopo entrò un'infermiera per chiedergli se desiderasse qualcosa... Giuseppe Corte non desiderava nulla ma si mise volentieri a discorrere con la giovane, chiedendo informazioni sulla casa di cura. Seppe così la strana caratteristica di quell'ospedale. I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l'ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo, quelli per cui era inutile sperare. 
 
Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un'atmosfera omogenea. D'altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto. 
 
Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. 
 
Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all'istituto un unico fondamentale indirizzo. 
 
Quando l'infermiera fu uscita, Giuseppe Corte, sembrandogli che la febbre fosse scomparsa, raggiunse la finestra e guardò fuori, non per osservare il panorama della città, che pure era nuovo per lui, ma nella speranza di scorgere, attraverso le finestre, altri ammalati dei piani inferiori. La struttura dell'edificio, a grandi rientranze, permetteva tale genere di osservazione. Soprattutto Giuseppe Corte concentrò la sua attenzione sulle finestre del primo piano che sembravano lontanissime, e che si scorgevano solo di sbieco. Ma non poté vedere nulla di interessante. La maggioranza erano ermeticamente sprangate dalle grigie persiane scorrevoli. 
 
Il Corte si accorse che a una finestra di fianco alla sua stava affacciato un uomo. I due si guardarono a lungo con crescente simpatia, ma non sapevano come rompere il silenzio. Finalmente Giuseppe Corte si fece coraggio e disse: "Anche lei sta qui da poco?" 
"0h no - fece l'altro - sono qui già da due mesi..." tacque qualche istante e poi, non sapendo come continuare la conversazione, aggiunse: "Guardavo giù mio fratello."

"Suo fratello?"
"Sì." spiegò lo sconosciuto. "Siamo entrati insieme, un caso veramente strano, ma lui è andato peggiorando, pensi che adesso è già al quarto."
"Al quarto che cosa?"
"Al quarto piano" spiegò l'individuo e pronunciò le due parole con una tale espressione di commiserazione e di orrore, che Giuseppe Corte restò quasi spaventato.
"Ma son così gravi al quarto piano?" domandò cautamente.
"Oh Dio" fece l'altro, scuotendo lentamente la testa "non sono ancora così disperati, ma comunque poco da stare allegri."
"Ma allora", chiese ancora il Corte, con una scherzosa disinvoltura come di chi accenna a cose tragiche che non lo riguardano, "allora, se al quarto sono già così gravi, al quinto chi mettono allora?" "0h, al primo sono proprio i moribondi. Laggiù i medici non hanno più niente da fare. C'è solo il prete che lavora. E naturalmente..."
"Ma ce n'è pochi al primo piano" interruppe Giuseppe Corte, come se gli premesse di avere una conferma "quasi tutte le stanze sono chiuse laggiù."
"Ce n'è pochi, adesso, ma stamattina ce n'erano parecchi" rispose lo sconosciuto con un sottile sorriso. "Dove le persiane sono abbassate lì qualcuno è morto da poco. Non vede, del resto, che negli altri piani tutte le imposte sono aperte? Ma mi scusi, aggiunse ritraendosi lentamente "mi pare che cominci a far freddo. Io ritorno in letto.
Auguri, auguri..." 
 
L'uomo scomparve dal davanzale e la finestra venne chiusa con energia; poi si vide accendersi dentro una luce. Giuseppe Corte se ne stette ancora immobile alla finestra fissando le persiane abbassate del primo piano. Le fissava con un'intensità morbosa, cercando di immaginare i funebri segreti di quel terribile primo piano dove gli ammalati venivano confinati a morire; e si sentiva sollevato di sapersene cosi lontano. Sulla città scendevano intanto le ombre della sera. Ad una ad una le mille finestre del sanatorio si illuminavano, da lontano si sarebbe potuto pensare a un palazzo in festa. Solo al primo piano, laggiù in fondo al precipizio, decine e decine di finestre rimanevano cieche e buie. 
 
Il risultato della visita medica generale rasserenò Giuseppe Corte. Incline di solito a prevedere il peggio, egli si era già in cuor suo preparato a un verdetto severo, e non sarebbe rimasto sorpreso se il medico gli avesse dichiarato di doverlo assegnare al piano inferiore. La febbre infatti non accennava a scomparire, nonostante le condizioni generali si mantenessero buone. Invece il sanitario gli rivolse parole cordiali e incoraggianti. Un principio di male c'era - gli disse - ma leggerissimo; in due o tre settimane probabilmente tutto sarebbe passato. 
 
"E allora resto al settimo piano?" aveva domandato ansiosamente Giuseppe Corte a questo punto. "Ma naturalmente!" gli aveva risposto il medico battendogli amichevolmente una mano su una spalla. E dove pensava di dover andare? Al quarto forse? chiese ridendo, come per alludere alla ipotesi più assurda. "Meglio così, meglio così!" fece il Corte. "Sa? Quando si è ammalati si immagina sempre il peggio". Giuseppe Corte infatti rimase nella stanza che gli era stata assegnata originariamente. Imparò a conoscere alcuni dei suoi compagni di ospedale, nei rari pomeriggi in cui gli veniva concesso d'alzarsi. Seguì scrupolosamente la cura, mise tutto l'impegno a guarire rapidamente, ma ciononostante le sue condizioni pareva rimanessero stazionarie. 
 
Erano passati circa dieci giorni, quando a Giuseppe Corte si presentò il capo-infermiere del settimo piano. Aveva da chiedere un favore in via puramente amichevole: il giorno dopo doveva entrare all'ospedale una signora con due bambini; due camere erano, libere, proprio di fianco alla sua, ma mancava la terza; non avrebbe consentito il signor Corte a trasferirsi in un'altra camera, altrettanto confortevole? Giuseppe Corte non fece naturalmente nessuna difficoltà; una camera o un'altra per lui erano lo stesso; gli sarebbe anzi toccata forse una nuova e più graziosa infermiera. 
 
"La ringrazio di cuore", fece allora il capo-infermiere con un leggero inchino; da una persona come lei le confesso non mi stupisce un così gentile atto di cavalleria. Fra un'ora, se lei non ha nulla in contrario, procederemo al trasloco. Guardi che bisogna scendere al piano di sotto" aggiunse con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. "Purtroppo in questo piano non ci sono altre camere libere. Ma è una sistemazione assolutamente provvisoria, " si affrettò a specificare vedendo che Corte, rialzatosi di colpo a sedere, stava per aprir bocca in atto di protesta, "una sistemazione assolutamente provvisoria. Appena resterà libera una stanza, e credo che sarà fra due o tre giorni, lei potrà tornare di sopra." 
"Le confesso", disse Giuseppe Corte sorridendo, per dimostrare di non essere un bambino "le confesso che un trasloco di questo genere non mi piace affatto."
"Ma non ha alcun motivo medico questo trasloco; capisco benissimo quello che lei intende dire, si tratta unicamente di una cortesia a questa signora che preferisce non rimaner separata dai suoi bambini... Per carità", aggiunse ridendo apertamente "non le venga neppure in mente che ci siano altre ragioni". "Sarà", disse Giuseppe Corte "ma mi sembra di cattivo augurio". 
 
Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo. Al settimo piano, porto d'arrivo, si era in un certo modo ancora in contatto con il consorzio degli uomini; esso si poteva anzi considerare quasi un prolungamento del mondo abituale. Ma al sesto già si entrava nel corpo autentico dell'ospedale; già la mentalità dei medici, delle infermiere e degli stessi ammalati era leggermente diversa. Già si ammetteva che a quel piano venivano accolti dei veri e propri ammalati, sia pure in forma non grave. Dai primi discorsi fatti con i vicini di stanza, con il personale e con i sanitari, Giuseppe Corte si accorse come in quel reparto, il settimo piano venisse considerato come uno scherzo, riservato ad ammalati dilettanti, affetti più che altro da fisime; solo dal sesto, per così dire, si cominciava davvero. 
 
Comunque Giuseppe Corte capì che per tornare di sopra, al posto che gli competeva per le caratteristiche del suo male, avrebbe certamente incontrato qualche difficoltà; per tornare al settimo piano, egli doveva mettere in moto un complesso organismo, sia pure per un minuto sforzo; non c'era dubbio che se egli non avesse fiatato, nessuno avrebbe pensato a trasferirlo di nuovo al piano superiore dei "quasi-sani". 
 
Giuseppe Corte si propose perciò di non transigere sui suoi diritti e di non cedere alle lusinghe dell'abitudine. Ai compagni di reparto teneva molto a specificare che trovarsi con loro, soltanto per pochi giorni, ch'era stato lui a voler scendere d'un piano per fare un piacere a una signora, e che appena fosse rimasta libera una stanza sarebbe tornato di sopra. Gli altri lo ascoltavano senza interesse e annuivano con scarsa convinzione. 
 
II convincimento di Giuseppe Corte trovò piena conferma nel giudizio del nuovo medico. Anche questi ammetteva che Giuseppe Corte poteva benissimo essere assegnato al settimo piano; la sua forma era as-so-lu-ta-men-te leg-ge-ra e scandiva tale definizione per darle importanza - ma in fondo riteneva che al sesto piano Giuseppe Corte forse potesse essere meglio curato. 
 
"Non cominciamo con queste storie", interveniva a questo punto il malato con decisione. "Lei mi ha detto che il settimo piano è il mio posto e voglio ritornarci". "Nessuno ha detto il contrario". ribatteva il dottore 
"il mio era un puro e semplice consiglio non da dot-to-re, ma da au-ten-ti-co a-mi-co! La sua forma, le ripeto, è leggerissima, non sarebbe esagerato dire che lei non è nemmeno ammalato, ma secondo me si distingue da forme analoghe per una certa maggiore estensione. Mi spiego: l'intensità del male è minima, ma considerevole l'ampiezza; il processo distruttivo delle cellule" (era la prima volta che Giuseppe Corte sentiva là dentro quella sinistra espressione "il processo distruttivo delle cellule") è assolutamente agli inizi, forse non è neppure cominciato, ma tende, dico, solo tende, a colpire contemporaneamente vaste porzioni dell'organismo. Solo per questo, secondo me, lei può essere curato più efficacemente qui, al sesto, dove i metodi terapeutici sono più tipici ed intensi. Un giorno gli fu riferito che il direttore generale della casa di cura, dopo essersi lungamente consultato con i suoi collaboratori, aveva deciso un mutamento nella suddivisione dei malati. Il grado di ciascuno di essi - per così dire - veniva ribassato di un mezzo punto. Ammettendosi che in ogni piano gli ammalati fossero divisi, a seconda della loro gravità, in due categorie, (questa suddivisione veniva effettivamente fatta dai rispettivi medici, ma ad uso esclusivamente interno) l'inferiore di queste due metà veniva d'ufficio traslocata a un piano più basso. Ad esempio, la metà degli ammalati del sesto piano, quelli con forme leggermente più avanzate, dovevano passare al quinto; e i meno leggeri del settimo piano passare al sesto. La notizia fece piacere a Giuseppe Corte, perché in un così complesso quadro di traslochi, il suo ritorno al settimo piano sarebbe riuscito assai più facile. Quando accennò a questa sua speranza con l'infermiera egli ebbe però un'amara sorpresa. Seppe cioè che egli sarebbe stato traslocato, ma non al settimo, bensì al piano di sotto. Per motivi che l'infermiera non sapeva spiegargli, egli era stato compreso nella metà più "grave" degli ospiti del sesto piano e doveva perciò scendere al quinto. 
 
Passata la prima sorpresa, Giuseppe Corte andò in furore; gridò che lo truffavano, che non voleva sentir parlare di altri traslochi in basso, che se ne sarebbe tornato a casa, che i diritti erano diritti e che l'amministrazione dell'ospedale non poteva trascurare così sfacciatamente le diagnosi dei sanitari. 
 
Mentre egli ancora gridava arrivò il medico per tranquillizzarlo. Consigliò al Corte di calmarsi se non avesse voluto veder salire la febbre, gli spiegò che era successo un malinteso, almeno parziale. Ammise ancora una volta che Giuseppe Corte sarebbe stato al suo giusto posto se lo avessero messo al settimo piano, ma aggiunse di avere sul suo caso un concetto leggermente diverso, se pure personalissimo. In fondo in fondo la sua malattia poteva, in un certo senso s'intende, essere anche considerata di sesto grado, data l'ampiezza delle manifestazioni morbose. Lui stesso però non riusciva a spiegarsi come il Corte fosse stato catalogato nella metà inferiore del sesto piano. Probabilmente il segretario della direzione, che proprio quella mattina gli aveva telefonato chiedendo l'esatta posizione clinica di Giuseppe Corte, si era sbagliato nel trascrivere. o meglio la direzione aveva di proposito leggermente "peggiorato" il suo giudizio, essendo egli ritenuto un medico esperto ma troppo indulgente. Il dottore infine consigliava il Corte a non inquietarsi, a subire senza proteste il trasferimento; quello che contava era la malattia, non il posto in cui veniva collocato un malato. 
 
Per quanto si riferiva alla cura - aggiunse ancora il medico - Giuseppe Corte non avrebbe poi avuto da rammaricarsi; il medico del piano di sotto aveva certo più esperienza; era quasi dogmatico che l'abilità dei dottori andasse crescendo, almeno a giudizio della direzione, man mano che si scendeva. La camera era altrettanto comoda ed elegante. La vista ugualmente spaziosa: solo dal terzo piano in giù la visuale era tagliata dagli alberi di cinta. 
 
Giuseppe Corte, in preda alla febbre serale, ascoltava ascoltava le meticolose giustificazioni con una progressiva stanchezza. Alla fine si accorse che gli mancavano la forza e soprattutto la voglia di reagire ulteriormente all'ingiusto trasloco. E senza altre proteste si lasciò portare al piano di sotto. L'unica, benché povera, consolazione di Giuseppe Corte, una volta che si trovò al quinto piano, fu di sapere che per giudizio concorde di medici, di infermieri e ammalati, egli era in quel reparto il menu grave di tutti. Nell'ambito di quel piano insomma egli poteva considerarsi di gran lunga il più fortunato. Ma d'altra parte lo tormentava il pensiero che oramai ben due barriere si frapponevano fra lui e il mondo della gente normale. 
 
Procedendo la primavera, l'aria intanto si faceva più tepida, ma Giuseppe Corte non amava più come nei primi giorni affacciarsi alla finestra; benché un simile timore fosse una pura sciocchezza, egli si sentiva rimescolare tutto da uno strano brivido alla vista delle finestre del primo piano, sempre nella maggioranza chiuse, che si erano fatte assai più vicine. 
 
Il suo male sembrava stazionario. Dopo tre giorni di permanenza al quinto piano, si manifestò anzi sulla gamba destra una specie di eczema che non accennò a riassorbirsi nei giorni successivi. Era un'affezione - gli disse il medico - assolutamente indipendente dal male principale; un disturbo che poteva capitare alla persona più sana del mondo. Ci sarebbe voluta, per eliminarlo in pochi giorni, una intensa cura di raggi digamma. 
 
"E non si possono avere qui i raggi digamma?", chiese Giuseppe Corte.
"Certamente" rispose compiaciuto il medico, "il nostro ospedale dispone di tutto. C'è un solo inconveniente....
"Che cosa?" fece il Corte con un vago presentimento.
"Inconveniente per modo di dire". si corresse il dottore, "volevo dire che l'installazione per i raggi si trova soltanto al quarto piano e io le sconsiglierei di fare tre volte al giorno un simile tragitto".
"E allora niente?"
"Allora sarebbe meglio che fino a che l'espulsione non sia passata lei avesse la compiacenza di scendere al quarto."
"Basta!" urlò allora esasperato Giuseppe Corte. Ne ho già abbastanza di scendere! Dovessi crepare, al quarto non ci vado!"
"Come lei crede" fece conciliante il medico per non irritarlo "come medico curante, badi che le proibisco di andar da basso tre volte al giorno". 
 
Il brutto fu che l'eczema, invece di attenuarsi, andò lentamente ampliandosi. Giuseppe Corte non riusciva a trovare requie e continuava a rivoltarsi nel letto. Durò così, rabbioso, per tre giorni, fino a che dovette cedere. Spontaneamente pregò il medico di fargli praticare la cura dei raggi e di essere trasferito al piano inferiore. 
 
Quaggiù il Corte notò, con inconfessato piacere, di rappresentare un'eccezione. Gli altri ammalati del reparto erano decisamente in condizioni molto serie e non potevano lasciare neppure per un minuto il letto. Egli invece poteva prendersi il lusso di raggiungere a piedi, dalla sua stanza, la sala dei raggi, fra i complimenti e la meraviglia delle stesse infermiere. 
 
Al nuovo medico, egli precisò con insistenza la sua posizione specialissima. Un ammalato che in fondo aveva diritto al settimo piano veniva a trovarsi al quarto. Appena l'espulsione fosse passata, egli intendeva ritornare di sopra. Non avrebbe assolutamente ammesso alcuna nuova scusa. Lui, che sarebbe potuto trovarsi legittimamente ancora al settimo. 
 
"Al settimo, al settimo!." esclamò sorridendo il medico, che finiva proprio allora di visitarlo. Sempre esagerati voi ammalati. Sono il primo io a dire che lei può essere contento del suo stato; a quanto vede, dalla tabella clinica, grandi peggioramenti non ci sono stati. Ma da questo a parlare di settime, piano - mi scusi la brutale sincerità - c'è una certa differenza! Lei è uno dei casi meno preoccupanti, ne convengo io, ma è pur sempre un ammalato!" 
 
"E allora, allora" fece Giuseppe Corte accendendosi tutto nel volto, "lei a che piano mi metterebbe?"
"0h, Dio, non è facile dire, non le ho fatto che una breve visita, per poter pronunciarmi dovrei seguirla per almeno una settimana." 
"Va bene" insistette Corte "ma pressapoco lei saprà"
Il medico per tranquillizzarlo, fece finta di concentrarsi un momento in meditazione e poi, annuendo con il capo a se stesso, disse lentamente: "Oh Dio, proprio per accontentarla, ecco, ma potremo in fondo metterla al sesto!"
"Sì sì" aggiunse come per persuadere se stesso. "Il sesto potrebbe andar bene." 
 
II dottore credeva così di far lieto il malato. Invece sul volto di Giuseppe Corte si diffuse un'espressione di sgomento: si accorgeva, il malato, che i medici degli ultimi piani l'avevano ingannato; ecco, qui questo nuovo dottore, evidentemente più abile e più onesto, che in cuor suo - era evidente - lo assegnava, non al settimo, ma al quinto piano, e forse al quinto inferiore! La delusione inaspettata prostrò il Corte. Quella sera la febbre salì sensibilmente. La permanenza al quarto piano segnò il periodo più tranquillo passato da Giuseppe Corte dopo l'entrata all'ospedale. 
 
Il medico era persona simpaticissima, premurosa e cordiale; si tratteneva spesso anche per delle ore intere a chiacchierare degli argomenti più svariati. Giuseppe Corte discorreva pure molto volentieri, cercando argomenti che riguardassero la sua solita vita d'avvocato e d'uomo di mondo. Egli cercava di persuadersi di appartenere ancora al consorzio degli uomini sani, di essere ancora legato al mondo degli affari, di interessarsi veramente dei fatti pubblici. Cercava, senza riuscirvi. Invariabilmente il discorso finiva sempre per cadere sulla malattia. 
 
Il desiderio di un miglioramento qualsiasi era divenuto in Giuseppe Corte un'ossessione. Purtroppo i raggi digamma, se erano riusciti ad arrestare il diffondersi dell'espulsione cutanea, non erano bastati ad eliminarla. Ogni giorno Giuseppe Corte ne parlava lungamente col medico e si sforzava in questi colloqui di mostrarsi forte, anzi ironico, senza mai riuscirvi. 
 
"Mi dica, dottore. disse un giorno, come va il processo distruttivo delle mie cellule?"
"0h, ma che brutte parole!" lo rimproverò scherzosamente il dottore. "Dove mai le ha imparate? Non sta bene, non sta bene, soprattutto per un malato! Mai più voglio sentire da lei discorsi simili"
"Va bene" obiettò il Corte "ma così lei non mi ha risposto"
"0h, le rispondo subito" fece il dottore cortese. "Il processo distruttivo delle cellule, per ripetere la sua orribile espressione, è, nel suo caso minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo ostinato" "Ostinato, cronico vuol dire?"
"Non mi faccia dire quello che non ho detto. lo voglio dire soltanto ostinato. Del resto sono così la maggioranza dei casi. Affezioni anche lievissime spesso hanno bisogno di cure energiche e lunghe"
"Ma mi dica, dottore, quando potrò sperare in un miglioramento?"
"Quando? Le predizioni in questi casi sono piuttosto difficili... Ma senta" aggiunse dopo una pausa meditativa "vedo che lei ha una vera e propria smania di guarire... se non temessi di farla arrabbiare, sa che cosa le consiglierei?"
"Ma dica, dica pure, dottore...."
"Ebbene, le pongo la questione in termini molto chiari. Se io, colpito da questo male in forma anche tenuissima, capitassi in questo sanatorio, che è forse il migliore che esista, mi farei assegnare spontaneamente, e fin dal primo giorno, fin dal prima giorno, capisce? a uno dei piani più bassi. Mi farei mettere addirittura al...."
"Al primo?" suggerì con uno sforzato sorriso il Corte.
"Oh no! al primo no!" rispose ironico il medico, "questo poi no! Ma al terzo o anche al secondo di certo. Nei piani inferiori la cura è fatta molto meglio, le garantisco, gli impianti sono più completi e potenti, il personale è più abile. Lei sa poi chi è l'anima di questo ospedale?"
"Non è il professor Dati?"
"Già il professor Dati. E' lui I'inventore della cura che qui si pratica, lui il progettista dell'intero impianto. Ebbene, lui, il maestro, sta, per così dire, fra il primo e il secondo piano. Di là irraggia la sua forza direttiva. Ma, glielo garantisco io, il suo influsso non arriva oltre al terzo piano; più in là si direbbe che gli stessi suoi ordini si sminuzzino, perdano di consistenza, deviino; il cuore dell'ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori"
"Ma insomma" fece Giuseppe Corte con voce tremante, "allora lei mi consiglia ..."
"Aggiunga una cosa" continuò imperterrito il dottore "aggiunga che nel suo caso particolare ci sarebbe da badare anche all'espulsione. Una cosa di nessuna importanza ne convengo, ma piuttosto noiosa, che a lungo andare potrebbe deprimere il suo "morale"; e lei sa quanto è importante per la guarigione la serenità di spirito. Le applicazioni di raggi che io le ho fatte sono riuscite solo a metà fruttuose. Il perché può darsi che sia un puro caso, ma può darsi anche che i raggi non siano abbastanza intensi. Ebbene, al terzo piano le macchine dei raggi sono molto più potenti. Le probabilità di guarire il suo eczema sarebbero molto maggiori. Poi vede? una volta avviata la guarigione, il passo più difficile è fatto. Quando si comincia a risalire, è poi difficile tornare ancora indietro. Quando lei si sentirà davvero meglio, allora nulla impedirà che lei risalga qui da noi o anche più in su, secondo i suoi "meriti" anche al quinto, al sesto, persino al settimo oso dire"
"Ma lei crede che questo potrà accelerare la cura?"
"Ma non ci può essere dubbio. Le ho già detto che cosa farei io nei suoi panni"
Discorsi di questo genere il dottore ne faceva ogni giorno a Giuseppe Corte. Venne infine il momento in cui il malato, stanco di patire per l'eczema, nonostante l'istintiva riluttanza a scendere, decise di seguire il consiglio del medico e si trasferì al piano di sotto. 
 
Notò subito al terzo piano che nel reparto 'regnava una speciale gaiezza', sia nel medico, sia nelle infermiere, sebbene laggiù fossero in cura ammalati molto preoccupanti. Si accorse anzi che di giorno in giorno questa gaiezza andava aumentando: incuriosito, dopo che ebbe preso un po' di confidenza con l'infermiera, domandò come mai fossero tutti così allegri. 
 
"Ah, non lo sa?" rispose l'infermiera "fra tre giorni andiamo in vacanza"
"Come andiamo in vacanza?"
"Ma sì. Per quindici giorni, il terzo piano si chiude e il personale se ne va a spasso. Il riposo tocca a turno ai vari piani"
"E i malati? come fate?"
"Siccome ce n'è relativamente pochi, di due piani se ne fa uno solo.."
"Come? riunite gli ammalati del terzo e del quarto?"
"No, no" corresse l'infermiera "del terzo e del secondo. Quelli che sono qui dovranno discendere da basso" "Discendere al secondo?" fece Giuseppe Corte, pallido come un morto. "lo dovrei cosi scendere al secondo?" "Ma certo. E che cosa c'è di strano? Quando torniamo, fra quindici giorni, lei ritornerà in questa stanza. Non mi pare che ci sia da spaventarsi" 
 
Invece Giuseppe Corte - un misterioso istinto lo avvertiva - fu invaso da una crudele paura. Ma, visto che non poteva trattenere il personale dall'andare in vacanza, convinto che la nuova cura coi raggi più intensi gli facesse bene - l'eczema si era quasi completamente riassorbita - egli non osò muovere formale opposizione al nuovo trasferimento. Pretese però, incurante dei motteggi delle infermiere, che sulla porta della sua nuova stanza fosse attaccato un cartello con su scritto "Giuseppe Corte, del terzo piano, di passaggio". Una cosa simile non trovava precedenti nella storia del sanatorio, ma i medici non si opposero, pensando che in un temperamento nervoso quale il Corte anche una piccola contrarietà potesse provocare una grave scossa. Si trattava in fondo di aspettare quindici giorni non uno di più, non uno di meno. Giuseppe Corte si mise a contarli con avidità ostinata, restando per delle ore intere immobile sul letto, con gli occhi fissi sui mobili, che al secondo piano non erano più così moderni e gai come nei reparti superiori, ma assumevano dimensioni più grandi e linee più solenni e severe. E di tanto in tanto aguzzava le orecchie poiché gli pareva di udire dal piano di sotto, il piano dei moribondi, il reparto dei "condannati", vaghi rantoli di agonie. 
 
Tutto questo naturalmente contribuiva a scoraggiarlo. E la minore serenità sembrava aiutare la malattia, la febbre tendeva a salire, la debolezza generale si faceva più fonda. Dalla finestra - si era oramai in piena estate e i vetri si tenevano quasi sempre aperti - non si scorgevano più i tetti e neppure le case della città, ma soltanto la muraglia verde degli alberi che circondavano l'ospedale. Dopo sette giorni, un pomeriggio verso le due, entrarono improvvisamente il capo-infermiere e tre infermieri, che spingevano un lettuccio a rotelle. 
 
"Siamo pronti per il trasloco?" domandò in tono di bonaria celia il capo-infermiere.
"Che trasloco?" domandò con voce stentata Giuseppe Corte "che altri scherzi sono questi? Non tornano fra sette giorni quelli del terzo piano?"
"Che terzo piano?" disse il capo-infermiere come se non capisse "io ho avuto l'ordine di condurla al primo, guardi qua." e fece vedere un modulo stampato per il passaggio al piano inferiore firmato nientemeno che dallo stesso professore Dati. 
 
Il terrore, la rabbia infernale di Giuseppe Corte esplosero allora in lunghe irose grida che si ripercossero per tutto il reparto. "Adagio, adagio per carità", supplicarono gli infermieri "ci sono dei malati che non stanno bene". Ma ci voleva altro per calmarlo. Finalmente accorse il medico che dirigeva il reparto, una persona gentilissima e molto educata. Si informò, guardò il modulo, si fece spiegare dal Corte. Poi si rivolse incollerito al capo-infermiere, dichiarando che c'era stato uno sbaglio, lui non aveva dato alcuna disposizione del genere, da qualche tempo c'era un'insopportabile confusione, lui veniva tenuto all'oscuro d tutto... Infine, detto il fatto suo al dipendente, si rivolse, in tono cortese, al malato, scusandosi profondamente. "Purtroppo però" aggiunse il medico "purtroppo il professor Dati proprio un'ora fa è partito, per una breve licenza, non tornerà che fra due giorni. Sono assolutamente desolato, ma i suoi ordini non possono essere trasgrediti. Sarà lui il primo a rammaricarsene, glielo garantisco... un errore simile! Non capisco come possa essere accaduto!" 
 
Ormai un pietoso tremito aveva preso a scuotere Giuseppe Corte. La capacità di dominarsi gli era completamente sfuggita. Il terrore l'aveva sopraffatto come un bambino. I suoi singhiozzi risuonavano lenti e disperati per la stanza. 
 
Giunse così, per quell'esecrabile errore, all'ultima stazione. Nel reparto dei moribondi lui, che in fondo, per la gravità del male, a giudizio anche dei medici più severi, aveva il diritto di essere assegnato al sesto, se non al settimo piano! La situazione era talmente grottesca che in certi istanti Giuseppe Corte sentiva quasi la voglia di sghignazzare senza ritegno. 
 
Disteso nel letto, mentre il caldo pomeriggio dell'estate passava lentamente sulla grande città, egli guardava il verde degli alberi attraverso la finestra con l'impressione di esser giunto in un mondo irreale, fatto di assurde pareti a piastrelle sterilizzate, di gelidi androni mortuari, di bianche figure umane vuote di anima. Gli venne persino in mente che anche gli alberi che gli sembrava di scorgere attraverso la finestra non fossero veri; finì anzi per convincersene, notando che le foglie non si muovevano affatto. 
 
Questa idea lo agitò talmente, che il Corte chiamò col campanello l'infermiera e si fece porgere gli occhiali da miope, che in letto non adoperava; solo allora riuscì a tranquillizzarsi un poco: con l'aiuto delle lenti poté assicurarsi che erano proprio alberi veri e che le foglie, sia pur leggermente, ogni tanto erano mosse dal vento. 
 
Uscita che fu l'infermiera, passò un quarto d'ora di completo silenzio. Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all'orlo di quel precipizio? 
 
Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l'orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall'altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce. 
 

tratto da
Dino Buzzati, La boutique del mistero
Oscar Mondadori 2006

Analisi del testo "Il colombre"

 Il racconto “ Il colombre” ,tratto dalla silloge (raccolta di brani letterari) La Boutique Del Mistero, narra del tentavo di Stefano Roi di evadere dal suo destino. Infatti quando è solo un dodicenne prende la decisione di imbarcarsi al fianco del padre su un veliero per intraprendere la vita del mare. Però, durante la navigazione, scrutando l’orizzonte, il giovane Stefano Roi avvista dalla nave di suo padre all’orizzonte una un puntino nero che insegue la scia della nave, che ogni tanto risale in superficie. Il padre gli rivela che quello è il colombre , una specie di squalo tremendo, un mostro pensante e parlante, visibile solo alla sua vittima e ai suoi consanguinei, che si dice debba costantemente seguire fino a quando non riuscirà a divorarla. Suo padre, preoccupato e incredulo a causa delle voci orrende sul conto del colombre , decide di tenere Stefano lontano dal mare e lo manda così a studiare in una città dell’interno facendosi promettere che non solcherà mai più i mari. Così Stefano è costretto a intraprende una vita da lui non voluta, si sentirà segnato da un destino ineluttabile, non potrà far altro che cercare di sfuggire al colombre per tutta la sua lunga vita, pur sapendo che è una fuga vana. Durante la notte ad esempio si svegliava di soprassalto pensando al colombre e così andava al porto per osservare il “suo” colombre che non faceva altro che inseguirlo , ovunque lui andasse. Egli inoltre prova un sentimento, misto di paura, ma anche di attrazione, nei confronti del mare, e prenderà il largo, una volta che il padre morirà, all’età di 22 anni. Dopo tanti anni di vita di mare, e numerose ricchezze accumulate Stefano decide di rivelare al suo secondo capitano il suo segreto. Quando ormai vecchio più che mai e sul punto di morte deciderà di andare incontro al suo destino, ossia al mostro. Quest’ultimo gli dice che ha fatto male ad evitarlo, perché lui lo aveva inseguito per tutti questi anni per motivi ben diversi;rivelerà alla presunta vittima che il suo compito non era quello di ucciderlo, anzi lo inseguiva per un motivo “diametralmente” opposto. Infatti svela di essere stato inviato direttamente dal re dei mari per consegnare a Stefano la Perla del Mare, in grado di esaudire tutti i suoi desideri e di recare gioia, amore , pace interiore, fortuna a chi la possiede. Purtroppo è troppo tardi per Stefano. Due mesi dopo egli compare ai compagni su una barca nei pressi di una dirupata scogliera. Giaceva ancora il corpo ,cadavere ormai scheletrito con in mano un sasso. Il racconto termina con una spiegazione tra lo scientifico e l'assurdo. Esisterà questo colombre? A seconda dei mari e delle genti viene chiamato kolomber, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente non lo prendono in considerazione. Alcuni dubitano perfino della sua esistenza. Il colombre rappresenta il destino a cui nessuno di noi può sfuggire , e in questo caso si rivela anche una profonda delusione per il protagonista.

Dino Buzzati - Biografia

Biografia: Dino Buzzati

 

Biografia:
Dino Buzzati Traverso nacque nel 1906 a San Pellegrino, presso Belluno, dove la famiglia, che abitava a Milano, si trasferiva nei mesi estivi. Il padre, che insegnava diritto internazionale all’università di Pavia, morì quando il ragazzo aveva quattordici anni. A Milano frequentò il liceo; poi, pur essendo attratto dalla letteratura, si laureò in giurisprudenza. Venne quindi assunto (1928) nella sede milanese del Corriere della Sera, presso cui lavorerà per tutta la vita: il giornalismo non rappresenterà per lui un ripiego all’attività di scrittore, ma un mestiere appassionante, da esercitare con rigore.
Nelle pause della sua attività di cronista prima e di redattore poi, Buzzati scrisse il primo romanzo, Barnabo delle montagne (1933), dalla tipica vena fantastica. Essa si conferma nel nuovo libro del 1935, Il segreto del Bosco Vecchio, anch’esso ambientato tra le amate montagne (Buzzati era un provetto scalatore e sciatore). Nella primavera del 1939 si recò in Etiopia come inviato speciale: scoprì così il deserto e i paesaggi africani, altri ambienti tipici del suo immaginario. Ammalatosi di tifo, fu costretto a tornare in Italia.
Raggiunse la notorietà nel 1940 con il romanzo Il deserto dei Tartari. Cominciò per lui una più intensa produzione: nel 1942 uscì la prima raccolta di racconti, I sette messaggeri, e tre anni dopo, pubblicò una fiaba per bambini, illustrata con i suoi disegni, La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945). La sua fama di narratore era all’apice. Adattò per il teatro alcune novelle, come Sette piani, ribattezzato Un caso clinico (1953), da cui verrà tratto anche un film. Si dedicò intensamente anche all’attività di pittore: la sua prima esposizione personale si tenne nel 1958, lo stesso anno in cui vinse il premio Strega con l’antologia dei Sessanta racconti. Scrisse anche libretti per opere musicali e realizzò scenografie di spettacoli teatrali. Nel 1963 pubblicò il romanzo Un amore e nel 1966 si sposò, ormai sessantenne. Morì a Milano nel 1972, colpito da un male incurabile. 

Il colombre di Dino Buzzati

DINO BUZZATI
da : Il colombre (Oscar Mondadori, Milano, 1992)

 

Il colombre
Quando Stefano Roí compí i dodici anni, chiese in regalo a suo padre, capitano di mare e padrone di un bel veliero, che lo portasse con sé a bordo. «Quando sarò grande» disse «voglio andar per mare come te. E comanderò delle navi ancora pi'u' belle e grandi della tua. » « Che Dio ti benedica, figliolo » rispose il padre. E siccome proprio quel giorno il suo bastimento doveva partire, portò il ragazzo con sé. Era una giornata splendida di sole; e il mare tranquillo. Stefano, che non era mai stato sulla nave, girava felice in coperta, ammirando le complicate manovre delle vele. E chiedeva di questo e di quello ai marinai che, sorridendo, gli davano tutte le spiegazioni. Come fu giunto a poppa, il ragazzo si fermò, incuriosito, a osservare una cosa che spuntava a intermittenza in superficie, a distanza di due-trecento metri, in corrispondenza della scia della nave. Benché il bastimento già volasse, portato da un magnifico vento al giardinetto, quella cosa manteneva sempre la distanza. E, sebbene egli non ne comprendesse la natura, aveva qualcosa di indefinibile, che lo attraeva intensamente. Il padre, non vedendo Stefano piú in giro, dopo averlo chiamato a gran voce invano, scese dalla plancia e andò a cercarlo. « Stefano, che cosa fai lí impalato? » gli chiese scorgendolo infine a poppa, in piedi, che fissava le onde. « Papà, vieni qui a vedere. » Il padre venne e guardò anche lui, nella direzione indicata dal ragazzo, ma non riuscí a vedere niente. « C'è una cosa scura che spunta ogni tanto dalla scia » disse « e che ci viene dietro. » « Nonostante i miei quarant'anni » disse il padre « credo di avere ancora una vista buona. Ma non vedo assolutamente niente. » Poiché il figlio insisteva, andò a prendere il cannocchiale e scrutò la superficie del mare, in corrispondenza della scia. Stefano lo vide impallidire. « Cos'è? Perché fai quella faccia? » « Oh, non ti avessi ascoltato » esclamò il capitano. « Io adesso temo per te. Quella cosa che tu vedi spuntare dalle acque e che ci segue, non è una cosa. Quello è un colombre. E’ il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni mare del mondo. E’ uno squalo tremendo e misterioso, piú astuto dell'uomo. Per motivi che forse nessuno saprà mai, sceglie la sua vittima, e quando l'ha scelta la insegue per anni e anni, per una intera vita, finché è riuscito a divorarla. E lo strano è questo: che nessuno riesce a scorgerlo se non la vittima stessa e le persone del suo stesso sangue. »« Non è una favola? » «No. Io non l'avevo mai visto. Ma dalle descrizioni che ho sentito fare tante volte, l'ho subito riconosciuto. Quel muso da bisonte, quella bocca che continuamente si apre e chiude, quei denti terribili. Stefano, non c'è dubbio, purtroppo, il colombre ha scelto te e finché tu andrai per mare non ti darà pace. Ascoltami: ora noi torniamo subito a terra, tu sbarcherai e non ti staccherai mai piú dalla riva, per nessuna ragione al mondo. Me lo devi promettere. Il mestiere del mare non è per te, figliolo. Devi rassegnarti. Del resto, anche a terra potrai fare fortuna.» Ciò detto, fece immediatamente invertire la
rotta, rientrò in porto e, coi pretesto di un improvviso malessere, sbarcò il figliolo. Quindi ripartí senza di lui. Profondamente turbato, il ragazzo restò sulla riva finché l'ultimo picco dell'alberatura sprofondò dietro l'orizzonte. Di là dal molo che chiudeva il porto, il mare restò completamente deserto. Ma, aguzzando gli sguardi, Stefano riuscí a scorgere un puntino nero che affiorava a intermittenza dalle acque: il "suo" colombre, che incrociava lentamente su e giú, ostinato ad aspettarlo. Da allora il ragazzo con ogni espediente fu distolto dal desiderio del mare. Il padre lo mandò a studiare in una città dell'interno, lontana centinaia di chilometri. E per qualche tempo, distratto dal nuovo ambiente, Stefano non pensò piú al mostro marino. Tuttavia, per le vacanze estive, tornò a casa e per prima cosa. appena ebbe un minuto libero, si affrettò a raggiungere l'estremità del molo, per una specie di controllo, benché in fondo lo ritenesse superfluo. Dopo tanto tempo, il colombre, ammesso anche che tutta la storia narratagli dal padre fosse vera, aveva certo rinunciato all'assedio. Ma Stefano rimase là, attonito, col cuore che gli batteva. A distanza di due-trecento metri dal molo, nell'aperto mare, il sinistro pesce andava su e giú, lentamente, ogni tanto sollevando il muso dall'acqua e volgendolo a terra, quasi con ansia guardasse se Stefano Roi finalmente veniva. Cosí, l'idea di quella creatura nemica che lo aspettava giorno e notte divenne per Stefano una segreta ossessione. E anche nella lontana città gli capitava di svegliarsi in piena notte con inquietudine. Egli era al sicuro, sí, centinaia di chilometri lo separavano dal colombre. Eppure egli sapeva che, di là dalle montagne, di là dai boschi, di là dalle pianure, lo squalo era ad aspettarlo. E, si fosse egli trasferito pure nel piú remoto continente, ancora il colombre si sarebbe appostato nello specchio di mare piú vicino, con l'inesorabile ostinazione che hanno gli strumenti del fato. Stefano, ch'era un ragazzo serio e volonteroso, continuò con profitto gli studi e, appena fu uomo, trovò un impiego dignitoso e rimunerativo in un emporio di quella città. Intanto il padre venne a morire per malattia, il suo magnifico veliero fu dalla vedova venduto e il figlio si trovò ad essere erede di una discreta fortuna. Il lavoro, le amicizie, gli svaghi, i primi amori: Stefano si era ormai fatto la sua vita, ciononostante il pensiero del colombre lo assillava come un funesto e insieme affascinante miraggio; e, passando i giorni, anziché svanire, sembrava farsi piú insistente. Grandi sono le soddisfazioni di una vita laboriosa, agiata e tranquilla, ma ancora piú grande è l'attrazione dell'abisso. Aveva appena ventidue anni Stefano, quando, salutati gli amici della città e licenziatosi dall'impiego, tornò alla città natale e comunicò alla mamma la ferma intenzione di seguire il mestiere paterno. La donna, a cui Stefano non aveva mai fatto parola del misterioso squalo, accolse con gioia la sua decisione. L'avere il figlio abbandonato il mare per la città le era sempre sembrato, in cuor suo, un tradimento alle tradizioni di famiglia. E Stefano cominciò a navigare, dando prova di qualità marinare, di resistenza alle fatiche, di animo intrepido. Navigava, navigava, e sulla scia del suo bastimento, di giorno e di notte, con la bonaccia e con la tempesta, arrancava il colombre. Egli sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene. E nessuno a bordo scorgeva il mostro, tranne lui. « Non vedete niente da quella parte? » chiedeva di quando in quando ai compagni, indicando la scia. « No, noi non vediamo proprio niente. Perché? » « Non so. Mi pareva... » « Non avrai mica visto per caso un colombre » facevano quelli, ridendo e toccando ferro. « Perché ridete? Perché toccate ferro? »
« Perché il colombre è una bestia che non perdona. E se si mettesse a seguire questa nave, vorrebbe dire che uno di noi è perduto. » Ma Stefano non mollava. La ininterrotta minaccia che lo incalzava pareva anzi moltiplicare la sua volontà, la sua passione per il mare, il suo ardimento nelle ore di lotta e di pericolo. Con la piccola sostanza lasciatagli dal padre, come egli si sentí padrone del mestiere, acquistò con un socio un piccolo piroscafo da carico, quindi ne divenne il solo proprietario e, grazie a una serie di fortunate spedizioni, poté in seguito acquistare un mercantile sul serio, avviandosi a traguardi sempre piú ambiziosi. Ma i successi, e i milioni, non servivano a togliergli dall'animo quel continuo assillo; né mai, d'altra parte, egli fu tentato di vendere la nave e di ritirarsi a terra per intraprendere diverse imprese. Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. Non appena, dopo lunghi tragitti, metteva piede a terra in qualche porto, subito lo pungeva l'impazienza di ripartire. Sapeva che fuori c'era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Niente. Un indomabile impulso lo traeva senza requie, da un oceano all'altro. Finché, all'improvviso, Stefano un giorno si accorse di essere diventato vecchio, vecchissimo; e nessuno intorno a lui sapeva spiegarsi perché, ricco com’era, non lasciasse finalmente la dannata vita del mare. Vecchio, e amaramente infelice, perché l’intera esistenza sua era stata spesa in quella specie di pazzesca fuga attraverso i mari, per sfuggire al nemico. Ma piú grande che le gioie di una vita agiata e tranquilla era stata per lui sempre la tentazione dell'abisso. E una sera, mentre la sua magnifica nave era ancorata al largo dei porto dove era nato, si sentì prossimo a morire. Allora chiamò il secondo ufficiale, di cui aveva grande fiducia, e gli ingiunse di non opporsi a ciò che egli stava per fare. L'altro, sull'onore, promise. Avuta questa assicurazione, Stefano, al secondo ufficiale che lo ascoltava sgomento, rivelò la storia del colombre, che aveva continuato a inseguirlo per quasi cinquant'anni, inutilmente. « Mi ha scortato da un capo all'altro del mondo » disse « con una fedeltà che neppure il piú nobile amico avrebbe potuto dimostrare. Adesso io sto per morire. Anche lui, ormai, sarà terribilmente vecchio e stanco. Non posso tradirlo. » Ciò detto, prese commiato, fece calare in mare un barchino e vi sali, dopo essersi fatto dare un arpione. « Ora gli vado incontro » annunciò. « E’ giusto che non lo deluda. Ma lotterò, con le mie ultime forze. » A stanchi colpi di remi, si allontanò da bordo. Ufficiali e marinai lo videro scomparire laggiú, sul placido mare, avvolto dalle ombre della notte. C'era in cielo una falce di luna. Non dovette faticare molto. All'im'provviso il muso orribile del colombre emerse di fianco alla barca. « Eccomi a te, finalmente » disse Stefano. « Adesso, a noi due! » E, raccogliendo le superstiti energie, alzò l'arpione per colpire. « Uh » mugolò con voce supplichevole il colombre « che lunga strada per trovarti. Anch'io sono distrutto dalla fatica. Quanto mi hai fatto nuotare. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente. » « Perché? » fece Stefano, punto sul vivo. « Perché non ti ho inseguito attraverso il mondo per divorarti, come pensavi. Dal re del mare avevo avuto soltanto l'incarico di consegnarti questo. » E lo squalo trasse fuori la lingua, porgendo al vecchio capitano una piccola sfera fosforescente. Stefano la prese fra le dita e guardò. Era una perla di grandezza spropositata. E lui riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell'animo. Ma era ormai troppo tardi. « Ahimè! » disse scuotendo tristemente il capo.
«Come è tutto sbagliato. Io sono riuscito a dannare la mia esistenza: e ho rovinato la tua.» « Addio, pover'uomo » rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre.
Due mesi dopo, spinto dalla risacca, un barchino approdò a una dirupata scogliera. Fu avvistato da alcuni pescatori che, incuriositi, si avvicinarono. Sul barchino, ancora seduto, stava un bianco scheletro: e fra le ossicine delle dita stringeva un piccolo sasso rotondo. Il colombre è un pesce di grandi dimensioni, spaventoso a vedersi, estremamente raro. A seconda dei mari, e delle genti che ne abitano le rive, viene anche chiamato kolomber, kahloubrha, kalonga, kalu-balu, chalung-gra. I naturalisti stranamente lo ignorano. Qualcuno perfino sostiene che non esiste.

Le rane chiedono un re - LETTURA E ATTIVITA'

LE RANE CHIEDONO UN RE 

Delle rane essendo scontente per la propriamancanza di un'autorità inviarono degli ambasciatoria Zeus per chiedere di procurare loro un reEd egliconoscendo la loro ingenuità gettò un legno sullapaludeE le rane dapprima spaventate per il rumoresi immersero nelle profondità della paludema in seguitoquando il legno fu immobilerisalitegiunsero a tal punto di disprezzo che addiritturasalite su di esso vi si sedevano sopraE mal sopportando di avere un tale re si recarono per la seconda volta da Zeus e lo esortarono a cambiareloro il governanteInfatti il primo era troppo inattivo.E Zeus sdegnatosi con loro mandò loro una biscia,dalla qualecatturatevenivano divorate.

Il racconto dimostra che è meglio avere dei governanti inattivi che sovvertitori.

 

Gli Attici si lamentavano  , non perchè lui fosse crudele, ma perchè loro non erano abituati  a quel regime , e allora Esopo raccontò questa favoletta.

Le rane, vagando libere per le paludi, chiesero con grande strepito a Giove un re che con la forza contenesse i costumi dissoluti. Il padre degli dei si mise a ridere e diede loro  , che appena inviato atterrì quella razza paurosa con il movimento dell'acqua e il fragore improvviso . Poi, dal momento che giaceva immobile in mezzo al fango, una delle rane tirò fuori la testa dallo stagno e chiamò a raccolta le altre. Quelle, deposta la paura, per avvicinarsi e come una folla petulante saltano sopra al legno. Dopo averlo , mandarono a chiedere a Giove un altro re, perchè quello che era stato dato loro era inutile. Allore Giove inviò loro un serpente, che cominciò  con i denti voraci. Esse invano cercavano di scappare; la paura bloccava loro la voce. Poi  si rivolgono a Mercurio, perchè dica a Giove di venire in aiuto delle poverette. Ma il Tonante rispose: "Dal momento che non avete voluto tenervi il bene, ora sopportatevi il male".

E anche voi cittadini, disse Esopo, tenetevi questo male, perchè non ne venga uno peggiore.

Il cantico delle Creature con analisi e commento

 

San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia

4 ottobre

Assisi, 1181/2 - Assisi, la sera del 3 ottobre 1226

 

Francesco nacque ad Assisi nel 1182, nel pieno del fermento dell'età comunale. Figlio di mercante, da giovane aspirava a entrare nella cerchia della piccola nobiltà cittadina. Di qui la partecipazione alla guerra contro Perugia e il tentativo di avviarsi verso la Puglia per partecipare alla crociata. Il suo viaggio, tuttavia, fu interrotto da una voce divina che lo invitò a ricostruire la Chiesa. E Francesco obbedì: abbandonati la famiglia e gli amici, condusse per alcuni anni una vita di penitenza e solitudine in totale povertà. Nel 1209, in seguito a nuova ispirazione, iniziò a predicare il Vangelo nelle città mentre si univano a lui i primi discepoli insieme ai quali si recò a Roma per avere dal Papa l'approvazione della sua scelta di vita. Dal 1210 al 1224 peregrinò per le strade e le piazze d'Italia e dovunque accorrevano a lui folle numerose e schiere di discepoli che egli chiamava frati, fratelli. Accolse poi la giovane Chiara che diede inizio al secondo ordine francescano, e fondò un terzo ordine per quanti desideravano vivere da penitenti, con regole adatte per i laici. Morì nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226. Francesco è una delle grandi figure dell'umanità che parla a ogni generazione. Il suo fascino deriva dal grande amore per Gesù di cui, per primo, ricevette le stimmate, segno dell'amore di Cristo per gli uomini e per l'intera creazione di Dio.

 

“Il Cantico delle Creature”, conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna” è la prima poesia scritta in italiano. Il suo autore è Francesco d’Assisi che l’ha composta nel 1226.
La poesia è una lode a Dio, alla vita e alla natura che viene vista in tutta la sua bellezza e complessità. Oltre al testo originale abbiamo aggiunto una versione in italiano moderno.

Cantico
 delle Creature

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

In italiano moderno:

Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento,e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo
tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perchè saranno incoronati.
Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare:
guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà,
perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedicete il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.

 

Analisi e commento:

Il Cantico delle Creature è conosciuto anche come Il cantico di Frate sole e Sorella Luna ed è la più famosa poesia religiosa della letteratura italiana. E’ stata composta nel 1224 da Francesco d’Assisi.
Il Cantico è una preghiera, un inno di ringraziamento e di lode a Dio per la sua opera di creazione del mondo, sia per la bellezza e l’utilità di tutte le creatura ma anche per le sofferenze, le malattie e la morte.
E’ stato scritto in volgare, ovvero nella lingua popolare dell’epoca, e non in latino, perché il messaggio e l’invito dell’autore a lodare e ringraziare Dio, potesse essere rivolto a tutti gli uomini, di tutti i ceti sociali e non solo ai più istruiti.
Infatti nell’uso dei termini spesso si individuano caratteristiche tipiche del dialetto umbro, come le finali in u (es.altissimunulludignu, ecc.), anche se sono stati evitati i caratteri più spiccatamente dialettali.
L’argomento fondamentale si basa sul fulcro della dottrina francescana: l’accettazione umile e serena di tutto ciò che proviene da Dio, di tutte le sue manifestazioni, anche se dolorose, ed il legame fraterno che unisce tutte le creature, animate e non.
Nella struttura si può individuare la parte compresa tra i vv.1-22 che viene dedicata alla serena contemplazione della natura, in contrasto con i versi successivi incentrati sulla visione dell’umanità tormentata da odi e malattie, dal peccato e dalla morte. 
In particolare:

  • Le prime strofe celebrano la grandezza e la potenza di Dio e lo lodano per aver creato aspetti piccoli e grandi della natura;
  • Dal verso 23 San Francesco passa a lodare Dio per aver creato l’uomo. Il tono da contemplativo diventa più drammatico.
  • Al verso 23 inizia la strofa detta del perdono (che si crede sia stata scritta in un secondo tempo) in cui il tono della poesia diventa più mistico e spirituale in relazione all’argomento affrontato: il perdono e l’accettazione serena della sofferenza.
  • La strofa conclusiva (vv.27-32) affronta l’argomento della morte, la cui visione viene subito rasserenata con l’immagine della beatitudine di coloro che, essendo in grazia di Dio, non verranno toccati dalla seconda morte, quella dell’anima.
  • Gli ultimi 2 versi sono rivolti non più a Dio ma ai fedeli che vengono esortati a lodare e servire Dio.

 

Metrica:

prosa ritmica, che ricorda i modi delle litanie, con versi di varie lunghezza, definiti in base alle rime e, più spesso, alle assonanze libere. Stilisticamente si ispira ai salmi biblici.
E’ uno dei primi testi scritti in volgare italiano (volgare umbro del XIII secolo). Le espressioni umbre sono inframmezzate da grafie latineggianti, come per es.:

  • L’h iniziale di alcuni termini (es.: honorehomo);
  • Et come congiunzione
  • I nessi cti ti (da leggersi zi) di alcune parole (es.: benedictione; pretiose).

 

 

differenze-tra-fiaba-favola-mito-leggenda mappa concettuale

La mappa concettuale è una rappresentazione grafica di concetti espressi in forma sintetica, all’interno di una forma geometrica e permette di avere una rapida consultazione di un argomento.

Le favole di Esopo

Esopo era un favolista greco (VI sec. a.C.). schiavo e per di più gobbo.  Aveva uno  spirito argutissimo e geniale, compose numerose favole, spesso riferite agli animali, ma con trasparenti allusioni al mondo degli uomini. Le redazioni a noi giunte delle favole di Esopo sono dell'età ellenistica:  si tratta di 400 favole brevi e di stile sobrio, concluse da una breve  morale. I personaggi sono per lo più animali, ma anche uomini e dèi, o piante.

FAVOLA 

IL LUPO SAZIO E LA PECORA.

 

Quello era davvero un gran giorno per un lupo rinomato in tutto il contado per la sua insaziabile fame. Infatti, senza neppure alzare un dito egli era riuscito a procurarsi ottime prede trovate casualmente a terra perché colpite da qualche cacciatore e si era preparato un pranzo degno di Re! Il lupo, dopo avere abbondantemente mangiato, si inoltrò nella foresta per fare due passi. Fu così che incontrò una mansueta pecorella la quale, terrorizzata dal temibile animale notoriamente suo nemico, non riuscì neppure a muoversi, paralizzata dallo spavento. Il lupo, più per istinto che per altre ragioni, afferrò la preda tenendola stretta, stretta. Ma solo dopo averla catturata si rese conto di essere talmente sazio da non avere più alcun appetito. Occorreva trovare una valida giustificazione per poter liberare quella pecora senza fare brutta figura.

 

" Ho deciso" Disse quindi il lupo "di lasciarti andare a condizione che tu sappia espormi tre desideri con intelligenza. La pecorella sconcertata, dopo aver pensato un istante rispose: "Bè, anzitutto avrei voluto non averti mai incontrato. Seconda cosa, se proprio ciò doveva avvenire, avrei voluto trovarti cieco. Ma visto che nessuno di questi due desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza siate maledetti e facciate una brutta fine perché mi avete reso la vita impossibile e avete mangiato centinaia di mie compagne che non vi avevano fatto alcun male!"

 

Inaspettatamente il lupo, invece di adirarsi come prevedibile, dichiarò: 
"Apprezzo la tua sincerità. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che realmente pensavi per questo ti lascerò libera!" Così dicendo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi.

 

La sincerità è una dote apprezzata da persone intelligenti capaci di non offendersi davanti a dichiarazioni leali.